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venerdì, 24 marzo 2006

Venerdì 17 marzo era il giorno di san patrizio... Di solito lo passo con l'amica storica, ma quest'anno era a mantova, quindi ho preferito le domestiche mura... Però mi è venuto in mente il "sanpatricdei" dell'anno scorso... Mi ricordo che ero all'ospedale, e vegliare mia nonna... Il respiro sempre più lento, fino a spegnersi... La telefonata a papà, no, non preoccuparti, faccio io le carte qui in ospedale, dì alla mamma che arriverò verso le nove, no, non serve che venga anche tu, e forse per te è meglio, papà, meglio che tu non la veda, su quel lettino, che aspetta l'ultima visita prima dell'obitorio...

Mi ricordo che mentre tornavo a casa pensavo che non ce l'avrei fatta a non piangere davanti a mio padre, che avrei mangiato e poi sarei uscita (fuggita), incontro alla vita per dimenticare una bianca stanza asettica illuminata al neon, lontano dal rumore dei vassoi, dai rantolii, da quell'odore di disinfettante.

Incontro con amica storica, migliore amica che comprende i miei stati d'animo, che cerca di farmi sorridere in questo giorno umido, alla luce arancione del centro, le strade bagnate dall'umidità di questa sera di marzo... Sento una patina sul mio umore, non vuole lasciarmi, il ricordo ogni tanto si affaccia alla mente, e non basta la musica ska o la birretta da 0.2 a distogliere la memoria da due occhi nocciola diventati lentamente vitrei... Ecco, ora arriva un altro amico, andavamo insieme all'asilo, è strano vederlo adesso così alto, così adulto, ricordo che ci faceva ridere imitando topo gigio, è ancora un simpatico ragazzo, pieno di vita... Appena ci vede mi abbraccia forte, mi tira giù dal gradino, mi manca un appoggio, lo cerco aggrappandomi alle sue spalle, ma lui è così sottile, non si aspetta un sbilanciamento, anche i miei soli quaranta chili sono sufficienti a fargli perdere l'equilibrio, si scioglie dall'abbraccio, cerca un sostegno, io non ne ho più nessuno, mi sento cadere giù, l'impatto col suolo è un'esplosione nella mia testa, un dolore assurdo, ero caduta altre volte, ma stavolta fa male, metto la mano nei capelli lunghi, sento che il fermaglio d'argento si è spezzato, ritraggo la mano e la sento bagnata, abbasso lo sguardo, il sangue scuro ormai si insidia tra i capelli, giù per il collo, tempo di pulirmi la mano, provo a tamponare la ferita, ma tutti i fazzoletti non bastano... dopo sole quattro ore ritorno in ospedale, a medicare la mia ferita: trauma cranico, quattro punti di sutura senza anestesia, in testa non te la fanno... e mentre penso "e questo come posso dirlo a papà proprio oggi???" rido da sola tra le lacrime: lacrime di dolore, fisico e dell'anima, un sorriso di chi pensava di essere grande e invece scopre di essere ancora una bambina che non sa affrontare la perdita di una persona cara, e forse proprio quel giorno sono un pò cresciuta...

Per la cronaca: quando mia mamma ha visto il cuscino la mattina dopo e ha sentito la storia ha detto "non dirlo a papà, magari non se ne accorge"... Mamma mia cara che vivi in un evidente mondo di fantasia, lo so che papà è un po'  miope, ma non credi che noterà un cerotto di 10 x 10 sul mio cranio? Alla fine gliel'ho detto prima che veda il cerotto... Ho cercato di buttarla sul comico... Ha funzionato: ha riso tutto il tempo... Ed io ero felice per lui: la vita andava avanti come sempre...


postato da: Juni alle ore 14:37 | link | commenti (2)
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martedì, 14 marzo 2006

Dritta


postato da: Juni alle ore 12:50 | link | commenti
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Tutto ciò che mi rimane di un anno e mezzo di matrimonio è un divano. Il gatto se l'è tenuto lui.

Bello, comodo, grande, elegante, a cinque piazze con la penisola ma pur sempre un divano: ingombrante. Dove lo metto? In cantina fa la muffa, in soggiorno non mi sta, in camera da letto men che meno... A-ha! Illuminazione: lo presto (leggi "posteggio") a casa della mia amica. La quale, a dirla tutta, ne ha già uno, ma vecchio e piccolino, solo tre piazze... Ma almeno non mi sento in colpa quando mi trasferisco da lei per giorni e giorni: posso svernare sul MIO divano (nel suo soggiorno) e non siamo obbligate a dormire nello stesso letto... Infatti accetta entusiasta il prestito a tempo indeterminato, ma a una condizione: le spiace buttar via il vecchio ("in fin dei conti è comodo, ci sono affezionata"), quindi devo aiutarla a spostarlo in sala da pranzo... "Tranquilla! In dieci minuti abbiamo fatto!"

Questa frase, purtroppo, già molte volte ha preceduto pomeriggio trascorsi tra erculee fatiche e infinite serie di imprecazioni borbottate tra i denti... Non c'è stato niente da fare neanche stavolta: l'operazione, partita alle sei e mezza del pomeriggio, si è protratta pateticamente fino alle nove e trenta. In tre ore abbiamo portato tre volte il divano fino alla porta del soggiorno dove non riusciva a passare, quindi dovevamo riportarlo in posizione originale e smontare varie parti dell'arredamento limitrofo alla porta per consentire la curvatura del divano stesso. Siamo rimaste incastrate sotto la porta in quattro o cinque diverse posizioni (neanche smontare la porta non è servito a un granchè), in una delle quali, in preda a risata isterica, ho sentito scivolare la presa: per evitare di mollare il divano sulle mattonelle ho infilato sotto il piede (il mongolino d'oro a me, grazie)... Comunque il momento topico rimane il passaggio per entrare in sala da pranzo: lei spingeva il divano, io, tenendolo inclinato, lo tiravo... Lei ha spinto un po' troppo, io sono finita schiacciata tra il divano e la porta del ripostiglio... quando ha spostato il divano io rimanevo attaccata alla porta del ripostiglio... ci ho messo un pò per capire che il passante dei jeans si era infilato sulla maniglia...

Dopo averlo posizionato nel nuovo sito, abbiamo scoperto che intralcia terribilmente quando si cerca di rispondere al telefono... Well, se trovate la segreteria, chiamate sul cellulare...


postato da: Juni alle ore 12:48 | link | commenti (2)
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