Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
"Trieste", poesia di Umberto Saba
Questa poesia mi è sempre piaciuta. Ma su una cosa Saba si sbagliava: Trieste non è un ragazzaccio, ma una vecchia signora, con tanti scheletri negli armadi. Una signora che vive ancora aggrappata al suo tempo ormai passato, un tempo fatto di freddo vento di frontiera, austroungarici caffè del centro cittadino, intrighi da guerra fredda e spettacoli teatrali d'epoca asburgica.
C'era una volta una signora che si aggirava per il centro vestita con degli abiti della fine dell'Ottocento. Si mormorava che fosse pazza, e le leggende metropolitane dicevano ch'era stata un'attrice, impazzita quando lasciò le scene, talmente dispiaciuta da indossare in modo imperituro i suoi abiti di scena. Ecco, la stessa città di Trieste è come quella signora, che vive fuori da ogni tempo.
Se siete dei turisti e visitate la città, vi potrà forse sembrare una città qualsiasi, ma basta viverci un paio di giorni di troppo per entrare nell'atmosfera, per sentirvi in un racconto di James Joyce, per vedere con i vostri occhi l'abulia di una città morente che continua ad aggrapparsi alle antiche vestigia di Porto dell'Impero.
E le cose che NON si sanno, sono tante.
Per esempio, non so neanche quanti triestini sappiano che alla fine del 1800, tra le vie di Roiano si aggirava un distinto signore con il monocolo e il fiore all'occhiello. Un signore talmente distinto che però aveva un terribile vizio: circuire delle ricche vedove, farsi intestare tutti i loro beni e poi farle fuori con un'accetta, Landru style.
Sempre a Roiano, negli stessi anni, nasceva un ragazzo, conosciuto negli anni '40 con il soprannome "il ragazzo di Roiano", per l'appunto. In realtà si chiamava Odilo Globocnik, e divenne durante la guerra uno dei principali criminali nazisti.
E a Trieste ci sono ancora tanti delitti irrisolti, tra cui un tassista trovato morto carbonizzato in una macchina (si brancola nel buio ormai da cinque anni), un tizio che si è avvelenato (pare) con un the all'oleandro (si pensava fosse stata la moglie, ma alla fine è stata rilasciata. tempo di brancolamento: circa vent'anni), un collezionista di cimeli di guerra che era uso dormire in una bara e che è misteriosamente morto in un incendio (in cui guardacaso sono andati distrutti anche molti documenti. qua si brancola ormai dal '74)...
Finchè un bel giorno uno scrittore (Veit Heinichen) decide di rispolverare quest'ultimo caso e, inavvertitamente, apre il vaso di Pandora. Lo scrittore inizia a ricevere lettere minatorie da un misterioso Corvo, che lo accusa del più infamante dei crimini: pedolfilia. La squadra mobile, giusto per non smentirsi, brancola. Pardon, indaga tuttora. L'unico che ne scrive è Paolo Rumiz. E qua sotto riporto il suo intervento. Per gli amanti del genere: divertitevi. Un unico avviso: non andate a rovistare troppo nei documenti. Non mi sembra particolarmente salutare.
Intervento di Paolo Rumiz pubblicato sul Piccolo (la data non me la ricordo. beh, se proprio me la chiedete la trovo, ma insomma, gùgol lo sapete usare anche voi, no?):
La Fatwa “islamica” lanciata in consiglio comunale a Trieste contro il giallista tedesco Veit Heinichen, reo (pensate!) di avere criticato la classe politica locale su una rivista straniera, la precedente falsa accusa di pedofilia lanciatagli per oltre un anno da un instancabile produttore di lettere anonime, e infine le reazioni seguite allo svelamento della persecuzione da parte della vittima, stanno dando di Trieste un quadro a dir poco strano, se non deprimente.
Riepiloghiamo gli eventi. C’è uno scrittore straniero che fiuta “storie” in una città dove la Guerra Fredda non finisce mai, le racconta modificando i nomi dei protagonisti sotto forma di romanzi gialli e vende i suoi libri in mezza Europa in diverse lingue, mentre il suo “eroe” – l’investigatore Proteo Laurenti - ottiene per Trieste un ritorno di immagine analogo a quello del commissario Maigret per la vecchia Parigi. In qualsiasi altra città si fregherebbero le mani. Ma qui, a due passi dai Balcani, si urtano suscettibilità.
Accade tutto all’improvviso, quattordici mesi fa, quando inizia la pioggia di lettere. Migliaia, scritte da un professionista della diffamazione. Uno che non lascia né impronte digitali né tracce di Dna (forfora, sudore, un capello). Uno che ha tempo e denaro da perdere per condurre a termine il suo lavoro, non si sa se per conto suo o di altri. Uno che spara con metodo, al ritmo di due raffiche di lettere al mese. Non pare affatto un maniaco: piuttosto è un “serial writer”, una specie di “Unabomber” dei servizi postali.
Sono anni che Veit continua col suo gioco letterario, ma mai ci sono state reazioni. Stavolta, invece, il putiferio. Perché? Secondo i criminologi qualcosa è accaduto nell’estate del 2007 o poco prima. Che cosa? In quel periodo, di importante vi è questo: la “riesumazione” in un romanzo di Heinichen del giallo irrisolto sulla morte del collezionista d’armi Diego de Enriquez, bruciato vivo nel suo archivio-laboratorio.
De Enriquez non era solo un raccoglitore di ricordi bellici. Era anche uno che aveva memoria. Teneva diari. Aveva raccolto centinaia di volumi, con dentro tutta la storia di Trieste del secondo dopoguerra. Cose nobili e meno nobili. Spesso cose pesanti, dense di dettagli. Il giudice di Venezia vi trova elementi decisivi per risolvere anni dopo il rebus del delitto di Peteano - tre carabinieri fatti saltare in aria dai post-fascisti – e illuminare la fase costitutiva di “Gladio”, l’organizzazione paramilitare clandestina che ha operato per anni sulla frontiera contro il pericolo slavo-comunista.
Oggi l’originale dei documenti sopravvissuti all’incendio e poi passati per la procura di Venezia sono in possesso della città, custoditi dai civici musei, ma con pagine “secretate”, si afferma, per motivi di privacy. Il vecchio collezionista sapeva delle trasversalità esistenti sulla frontiera, e di come certe congreghe avevano costruito il loro potere sulle leggi antiebraiche e sulle tensioni della Guerra Fredda. Conosceva perfettamente la memoria “strabica” di Trieste. Per questo lo prendevano per matto, e per questo forse è morto.
Alla fine tragica di de Henriquez seguì quella del professor Gaetano Perusini (1910-1977), docente di tradizioni popolari e amico del collezionista d’armi. Morì in circostanze equivoche (omosessualità?) poco dopo aver cambiato testamento in favore del potentissimo Ordine dei cavalieri di Malta. La famiglia avvertì gli inquirenti che il professore, padrone dei vigneti di Rocca Bernarda, stava lavorando sulla morte dell’amico. Ma le indagini andarono in tutt’altra direzione. Anche su questa mette le mani il tedesco rompiscatole col vizio della memoria. Rimesta, racconta, urta suscettibilità. Fa conoscere le zone d’ombra e le rimozioni storiche della città ai lettori tedeschi, di altre nazioni europee e infine a quelli italiani.
Va bene ovunque, tranne a Trieste. Scopre che ci sono argomenti intoccabili. Lo capisce quando s’accorge che quasi nessuno, nemmeno a sinistra, prende le sue difese. È a questo punto che scatta l’operazione calunnia. Pesante, sistematica. La vittima innocente è sulla bocca di tutti, ma è costretta a tacere per non compromettere le indagini. Le lettere continuano, a ritmi incredibili, raggiungono tutta la Trieste che conta, fanno il vuoto attorno allo scrittore. La polizia indaga, ma inutilmente: finisce impantanata in false piste. Ha a che fare con uno specialista, uno che vede tutto senza essere visto.
Pedofilia. L’accusa perfetta per demolire una persona. Nella storia della città c’è un caso che fa scuola: l’ex vescovo di Trieste, Lorenzo Bellomi, ripetutamente attaccato dalle congreghe nazionaliste per avere introdotto lo sloveno nelle prediche. La scusa dell’attacco era una lettera di garanzie che incautamente il sant’uomo aveva firmato con altri in favore di un esponente della Trieste economica incarcerato in America per pedofilia. Era naturalmente una trappola: e difatti si lasciò filtrare la voce che il vescovo aveva firmato in quanto ricattabile. Dunque era anch’egli pedofilo o omosessuale.
Ma torniamo a noi. In quattordici mesi il malefico venticello contro Heinichen cresce, diventa tempesta, finché ci si mette di mezzo anche la politica, col penoso consiglio comunale contro il tedesco. Anche lì, pochissimi a difenderlo. La calunnia anonima ha fatto breccia. Come col vescovo Bellomi, anche qui all’accusa sommersa si è affiancata l’accusa pubblica, con richieste di sostituzione in Vaticano e addirittura l’esplosione di un grosso petardo durante una Messa solenne. È qui che arriva la lettera del giallista al “Piccolo”, col racconto del più imprevedibile e il più vero dei suoi romanzi: la sua stessa persecuzione. Veit svela tutto nei dettagli, afferma un possibile parallelo fra la calunnia e la pubblica scomunica, ma le reazioni della politica lasciano senza fiato.
“Il solo pensiero che possa esserci un collegamento fra la politica e il corvo è volgare e offensivo” sbotta Piero Camber di Forza Italia, che rincara la dose: “Le insinuazioni fatte da Heinichen vanno a specchio con le accuse che denuncia di subire”.
Persino la presidente della Provincia, Teresa Bassa Poropat parla di lui con inusuale prudenza, lo definisce “uno che si reputa innocente”, nonostante le indagini abbiano tolto ogni dubbio sulla sua fedina penale. Da parte di una tremebonda sinistra solo timidi Sms. Non c’è nessuno che pensa di cavalcare lo scandalo, ormai riportato da tutti i giornali d’Italia, nemmeno per opportunismo. Eppure l’occasione è ghiotta, la visibilità assicurata. Solo la gente comune afferra il grottesco nella storia, e scrive al giornale lettere di simpatia per il tedesco.
Forse solo il sindaco Dipiazza capisce che la città sta scivolando su una buccia di banana. Il resto è silenzio. Da qui un po’ di domande. Di cosa o di chi hanno paura i politici triestini? Esistono armadi con scheletri che si teme di aprire? Quali spazi inesplorati vi sono nella storia di Trieste dalla guerra fino a oggi? Come mai sul Corvo indaga la Squadra Mobile e non la Polizia politica? Perché il grafomane calunniatore chiede di riaprire le indagini sul giallo di un poliziotto in pensione ucciso in fondo a una dolina? È questo che conta sapere. Non chi sia il maniaco e quali paranoie gli attraversino il cervello.
È strano. In questi giorni è come se Trieste si trovasse di fronte non a un folle o a un a congiura ma al suo stesso subconscio; una zona d’ombra della memoria oppure un brutto sogno, figli entrambi di un confine che si ostina a non sparire dalla testa della gente. Dietro, una rete impressionante di veti incrociati e di segreti condivisi, di rancori legati al fascismo o alle vendette jugoslave, per non parlare delle consorterie e delle rendite di una classe dirigente che campa di passato. Una città stesa su un lettino, con dietro un’ombra. E un tedesco a fare da involontario strizzacervelli.
Eccoci di ritorno dalle ferie! Poichè in queste vacanze mi son letta dei thriller un po' così (La stanza dei morti e Foresta nera), gentilmente prestati da un collega evidentemente necrofilo, propongo questa meravigliosa storiella che -ovviamente- mi è capitata qualche annetto fa (se avete lo stomaco debole non leggete il seguito).
Avevo circa vent'anni, e un giorno mia mamma annunciò che doveva andare al cimitero, poichè stavano per spostare la nonna. O quel che ne restava. Il cimitero di Trieste è una sconfinata distesa di cemento, asfalto, cipressi e gatti randagi, e non ho molta simpatia per quel luogo: non per arcani motivi, semplicemente perchè d'estate ci fa un caldo boia, d'inverno un freddo cane, e quando c'è la bora rischi di ruzzolare. Se poi le fosse sono aperte, rischi pure di ruzzolarci dentro. Cosa che tra l'altro è capitata a mia zia al funerale della nonna: è stata afferrata per il bavero dal parroco, mentre io a stento trattenevo le lacrime. Dal ridere, però. Poi la zia non mi ha parlato per un mese, e non capisco perchè, visto che anche mio papà rideva e a lui non ha detto niente. Ma sto divagando.
Insomma, dopo questa triste cerimonia di dissepoltura (si dice così?), mia madre tornò a casa con gli occhi umidi. Andò in camera, frugò nei cassetti, si cambiò, insomma fece varie cose che non ricordo, e dopo qualche ora mi diede una fede nuziale. Era quella di mia nonna. E mi raccontò la storia di quell'anello: durante il fascismo era consueto partecipare alle spese dello stato, e chiunque dava qualcosa di valore al partito. Mia nonna non possedeva niente di valore tranne la fede. Ma non voleva darla "ai fassisti", così ne comprò un'altra, la fece incidere, e donò la fede finta, mentre quella vera rimase nascosta sotto le assi della camera da letto per una decina d'anni. A guerra finita la riesumò (ah, ecco come si dice! "Riesumare"!), e lei e mio nonno vissero felici e contenti per qualche altro decennio.
Mia madre, alla fine di questo racconto, disse che le sembrava giusto che ora l'avessi io. Io la presi, ma siccome era troppo grande, me la misi come ciondolo su una catenina d'oro, e la tenni su per qualche giorno, maturando il vizio di giocherellarmici e, ogni tanto, prenderla in bocca (come si fa un po' con tutti i ciondoli). Poi, sarà passata una settimana, mentre eravamo sul divano a leggere in una triste ed uggiosa giornata novembrina, io e mia madre ne riparlammo. E fu in tale occasione che (malauguratamente) chiesi a mia madre "Ma in tutti questi anni, la fede dov'era?" - perchè non ricordavo d'averla mai vista tra le gioie di mammà, e la sua cristallina risposta fu "Eh, con nonna, ah!".
"Mamma, scusa, stai dicendo che questo anello è rimasto al dito di un cadavere per dieci anni?"
"Quindici, veramente."
"Mamma..."
"E poi nella bara c'era solo polvere, lo abbiamo trovato subito."
"Mamma, l'hai lavato, vero?"
"Beh, c'era solo un po' di polvere... c'ho soffiato sopra..."
"..."
PS: l'ho tolto dalla catenina. e sulla catenina ho messo un'innocua conchiglietta fresca di negozio.