Santina era nata nei primi anni del '900 in una fattoria alla periferia di Trieste. Quarta di cinque figli, le sue braccine di bambina non servivano alla terra, venne quindi iniziata al ricamo, e due volte alla settimana camminava per un'ora fino ad arrivare in centro, dove seguiva lezioni di danza. La famiglia passò tempi tristi durante la prima guerra mondiale, lei ricordò sempre la fame patita, la terribile epidemia di febbre spagnola del 1918 e l'infanzia contadina.
Crebbe ambiziosa, Santina, e nel 1923 decise di trovare un lavoro retribuito. Ma l'unica cosa che sapeva fare era danzare, e così si fece assumere al Caffè Torino, unico locale cittadino che poteva vantare spettacoli notturni di cabaret. Il padre si vergognò del lavoro della figlia, e la cacciò di casa. Lei non si perse d’animo: mise in un baule le sue poche cose e andò a cercare fortuna nel mondo.
Ritornò nel 1927. A Roma aveva conosciuto un uomo, Rodolfo, e stavano per sposarsi. Nonostante il ripudio del padre, lei volle festeggiare il matrimonio con la madre, la sorella maggiore e i tre fratelli. Infine, il padre la perdonò.
Rodolfo aveva 14 anni più di lei, una rendita annua e un titolo nobiliare. Per molti, fu un matrimonio d'interesse. Per Santina fu un matrimonio d'amore. Si sposarono una tiepida mattina d'estate, accompagnati da una macchina, cosa che fece scalpore in zona. Al ballo erano invitate le famiglie più importanti della zona.
Dopo il matrimonio vissero tra Roma, Genova e Trieste, ed ebbero una bambina, Carla. Carla era il loro orgoglio. Quando divenne grande, studiò lingue straniere: tedesco, inglese, francese e spagnolo. Parlava anche arabo e studiava cinese. Lavorò per diversi enti governativi, soprattutto all'estero. Il suo matrimonio fallì, e fu una delle prime donne in Italia ad ottenere il divorzio. In Guyana collaborò con l'equipe che mandò in orbita l'Italsat. E si ammalò di un virus misterioso. Nel giro di un mese morì. Aveva quarantasette anni.
Con lei, si spense anche la voglia di vivere dei genitori. Santina aveva perso i genitori e la sorella maggiore molti anni prima. Poi toccò al fratello più grande. Un altro fratello emigrò in Australia negli anni '50. Lei si trasferì a Trieste, nella casa paterna, con Rodolfo, ormai ottant'enne. Poi, un giorno, rimase sola. Visse l'ultimo anno a Roma, ogni giorno in pellegrinaggio al cimitero dove riposavano marito e figlia.
Santina è morta un paio d’anni fa. Di lei mi ricordo soprattutto le fette di pane fatto in casa imburrato, l’odore di zolfanelli che aleggiava in cucina, mentre sferruzzava a maglia qualche vestito per la figlia Carla. Rodolfo allevava galline e conigli, e appena nascevano mi portava in quella che era stata la stalla e mi lasciava accarezzare i coniglietti. Qualche immagine di lui che fischietta, mentre al calar della sera annaffiava il giardino con un vecchio annaffiatoio arrugginito. Il ricordo di Carla sta pian piano svanendo, non ero neanche adolescente quando lei se n’è andata, solo ogni tanto mi si affaccia alla memoria un cameo di una donna alta, aristocratica, abbronzata che parla con forte accento romano.
La casa in cui hanno vissuto si trova a una quarantina di metri dalla mia, solo un orto coltivato e un basso muricciolo in mezzo. Ogni giorno vedo Giulio, il fratello più piccolo di Santina, unico superstite di quella famiglia ormai piegato dalla vecchiaia che continua ad innaffiare l’orto come il cognato aveva fatto negli anni in cui andavo alle elementari. A volte, quando gli porto una fetta di torta o un po’ di gnocchi, devo cercarlo per la casa, perché è sordo e non mi sente quando lo chiamo. E mi stupisco sempre di come il tempo in quella fattoria si sia fermato, mi aspetto sempre di vedere Carla scendere le scale, Santina in cucina a fare il caffè. Santina, che ha preso la sua vita in mano quando aveva diciassette anni, e piena di coraggio ha ballato per guadagnarsi da vivere.
PS tutte queste persone sono esiste, e hanno fatto parte della mia famiglia. Ho voluto scriverne per non dimenticare.